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15.- LE DUE CONGREGAZIONI.
Le ingrate vicende della vita militare non gli fecero trascurare i gruppi di
anime che
gravitavano intorno a lui.
Fino a che stette a Napoli, i fedelissimi si spingevano fino a Salvator Rosa per
servirgli
la messa nella Chiesa del Conservatorio delle figlie dei Notai o fino al Vomero
- in
casa del Parroco di San Gennariello, don Giovanni Varriale - per continuare le
lezioni
di latino e le esortazioni alla virtù. Egli insisteva sulla necessità di avere
impiegati e
professionisti, uomini politici e capi di stato veri e propri religiosi;
famiglie paesi
popoli di religiosi di Dio secondo Gesù. Alle parole aggiungeva la persuasione
dei
fatti. Un giorno, entrò in un salone per il taglio dei capelli. Il barbiere, in
ultimo,
bagnò lisciò pettinò a lungo... ed egli lasciò fare, ma, appena fuori, con le
mani
scompigliò tutto.
- Che peccato ! si lasciò sfuggire Saggiomo, stava tanto bene.
- Il peccato è la vanità, corresse lui.
Qualche volta anche le giovanette desiderose di perfezione arrivavano a frotte
sul
Vomero, dove egli celebrava per loro presso le Francescane Missionarie di Maria
e le
infervorava nel santo ideale.
Frequenti erano pure i permessi e le licenze. La prima volta che tornò a
Pianura lo seguì
un codazzo di paesani, curiosi e mortificati insieme, di vederlo in quegli abiti
che gli
piangevano addosso; si accalcarono davanti alla casa e lo festeggiarono. I primi
ad
accorrere erano sempre i fedelissimi.
Se doveva ripartire alle quattro del mattino, ragazzi e ragazze alle tre erano
già in
Chiesa.
La notizia della disfatta di Caporetto lo colse a casa. Rientrato, si buscò
cinque giorni di
consegna. Intanto urgevano i rinforzi alle truppe provate e decimate. Partì
anche lui. I
fedelissimi della prima ora, appurato il giorno e l'ora in cui partiva la
tradotta, decisero
di trovarsi presenti a consolazione sua e loro. Gli portarono in dono "mappatelle"
(involtini) di cibarie per il lungo viaggio.
Quel pomeriggio Giovannina, la sorella di D. Giustino, entrando in casa della
zia
Michelina, la trovò come la Niobe classica impietrita dal dolore fra i ragazzi
piangenti e
le "mappatelle" intatte. Erano arrivati in ritardo per un anticipo improvviso
della
partenza.Egli dal fronte scriveva lettere quasi circolari intestate "alle anime
che militano
in Pianura verso la Patria del cielo ". Compose pure e inviò un mese di maggio
sfortunatamente perduto come molte altre cose.
Frutto imprevisto di questo lungo travaglio fu l'idea della Congregazione
femminile.
Alla congregazione maschile aveva sempre pensato, tanto che a D. Francesco Sepe,
il
quale voleva saperne le origini, rispose "Non posso precisarti il tempo ; il
pensiero è
nato con me ". Ricordo bene di avergli sentito dire in altra occasione "Potrei
mostrarvi la
stanza del Seminario dove ho fatto voto di fondare la congregazione ".Quando le
Suore
furono chiamate nel Seminario di Pozzuoli, D. Giustino nell'accomiatarle
confidò: "Ho
piacere che vi abbiano assegnato proprio le stanze dove ho fatto voto di fondare
la
congregazione ". Vuol dire che il pensiero sempre vagheggiato era diventato un
dovere
del quale intravedeva le difficoltà e perciò ci si era legato con impegno
solenne. Alla
congregazione femminile non aveva pensato, anzi aveva espressamente rinunziato.
Le pie
vergini cristiane avrebbero dovuto sostenere l'opera maschile senza essere
religiose,
tanto è vero che S. E. Mons. Farina, Vescovo di Troia e fondatore delle Suore
Oblate del
Cuore di Gesù, in una visita a Pianura, l'apostrofò scherzosamente : "Da chi ti
sei
lasciato pervertire a fondare le suore ".
Ne avevano discusso più volte insieme e Don Giustino, sull'esempio di
S. Ignazio, si era
dimostrato sempre contrario; poi a Mestre aveva veduto le Suore di Santa
Bartolomea
Capitanio lavorare sodo nell'ospedale e si era convinto che per risolvere i
problemi
logistici che avrebbero angustiato il ramo maschile ci voleva il ramo femminile.
Per
crescere il piccolo Gesù che rivive nei chiamati al sacerdozio ci vogliono Maria
e
Giuseppe. - Non est bonum hominem esse solum, annunziò in una conferenza durante
una
licenza. " Vi tengo presente per disegni di opere buone che vogliamo fare
insieme per
piacere a Dio" scrisse da Firenze alle sorelle Ferraro. Più esplicitamente
ancora a sua
sorella Giovannina "che se il Signore si vorrà servire di me per una
congregazione
religiosa (come già ho in mente) tu potrai essere la prima o una delle prime ".
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