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5. - IN SEMINARIO.
Il chierico Russolillo attirò subito e conservò sempre la stima dei superiori,
l'ammirazione dei professori, l'affezione dei condiscepoli, la venerazione della
servitù.
Anche il Vescovo, S. E. Monsignor Michele Zezza, lo preferiva come suo
caudatario, a Pozzuoli e in Diocesi. Tanta generale benevolenza l'aiutò ad
aggirare i due ostacoli che gli ostruivano la strada al sacerdozio:
la malferma salute e le momentanee difficoltà economiche.
La mamma non mancava di far visite al "ricco figlio" (Come tutti i genitori
napoletani così essa chiamava il figlio prediletto). Vincenzino, quando poteva,
l'accompagnava con un asinello, e quando no, la buona donna chiedeva all'amore
la forza di percorrere a piedi i molti chilometri di strada polverosa e assolata
d'estate, fangosa e desolata d'inverno. Ci volle l'intervento diretto del
vescovo presso il barone Zampaglione a ridare slancio al cammino vocazionale del
piccolo Giustino.Il barone si accollò in questo modo metà della retta per
Giustino
Giustino, fiducioso in Dio, pregò e... pianse; pianse tanto
che i
superiori se ne accorsero e rapportarono al Vescovo. Questi, in un colloquio con
la
mamma, si rese conto della situazione: il primo fratello Ciccillo aveva
interrotto gli studi
per aiutare il padre nella direzione della casa (e si dimostrò presto di una
capacità e di
una tenacia che furono la fortuna della famiglia); il fratello Vincenzino ne
aveva seguito
l'esempio; la zia Enrichetta, maestra elementare che di tutto cuore aiutava il
nipote, era
morta giovane...Il buon Pastore, convinto e commosso, intervenne presso il
Barone
Zampaglione suo amico, che volentieri, questa volta, si accollò metà retta, (L.
15) e la
versava ogni mese con puntualità direttamente al Vescovo.
6. - GLI STUDI.
Agli esami fu sempre il primo assoluto. Lo nominarono prefetto della camerata
dei
minori un po' per evitargli il contatto con i maggiori e molto più per
affidargli la
formazione di quelli. Mons. Zezza, apprezzando il valore del Russolillo, volle
che si presentasse per le licenze ginnasiale e liceale. Alla prima (1905) fu
rimandato in francese da un astioso mangiapreti; all'esame di riparazione pigliò
dieci. Alla seconda ebbe un trionfo. Il Liceo Umberto I aveva il primato della severità. Giustino si
presentò
con l'abito talare che non era, certo, una raccomandazione presso la commissione
esaminatrice ché, in quell'epoca, il liberalismo massonico aveva il monopolio
incontrastato della Pubblica Istruzione; non di meno l'abatino disarmò tutti
rispondendo
con prontezza, con precisione, con modestia.
Qualcuno suggerì - Levati quell'abito, ragazzo; hai una carriera sicura
innanzi a te. Il
Presidente della commissione fu il primo a congratularsi con lui; tutti gli
strinsero la
mano ammirandone l'intelligenza e la virtù. Per la media superiore all'8 riebbe
le tasse.
Mons. Zezza lietissimo per l'ottima figura fatta dal Seminario l'abbracciò e
baciò. Seguì
l'anno di propedeutica e i quattro di teologia. Il Vescovo era solito dispensare
dall'esame
di teologia morale quelli che brillavano all'esame di teologia dogmatica. Questa
dispensa
era un appannaggio di Don Giustino. Gli ultimi due anni (1911-13) li passò a
Posillipo
nel Seminario Regionale S. PIO X, affidato ai Padri Gesuiti; fu tra i primi sei
alunni
fondatori; anzi, siccome lo scatolone (così avevano battezzato il grande
edificio) non era
"rifinito" alloggiarono per un po' di tempo nella casa professa. Come primo
prefetto
seppe accoppiare fermezza e dolcezza. Egli stesso diceva in seguito: "Era come
una
famiglia". Terminò il corso teologico con medaglia d'oro. Il P. Antonio
Stravino, suo
rettore, poi Economo Generale della Compagnia, diceva di lui al nostro Don
Saggiomo:
"Don Giustino è un santo che bisogna canonizzare in vita; la Santa Chiesa
dovrebbe fare
un eccezione per lui".
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